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Giovedí 25 febbraio 2010
locandina Il riccio Mona Achache Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet, Ariane Ascaride, Wladimir Yordanoff, Sarah Le Picard, Jean-Luc Porraz, Gisèle Casadesus, Mona Heftre, Samuel Achache, Valerie Karsenti
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Cinema Eden di Viareggio | Ore 20:30, 22:30
Il riccio

di Mona Achache
con Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet, Ariane Ascaride, Wladimir Yordanoff, Sarah Le Picard, Jean-Luc Porraz, Gisèle Casadesus, Mona Heftre, Samuel Achache, Valerie Karsenti
100 minuti, Francia 2009

Ma il Riccio di Balasko quasi batte il libro di Curzio Maltese (La Repubblica, 9 gennaio 2010)
Una nota legge del cinema recita che da un bel romanzo si ricava un brutto film e viceversa. Il caso de Il Riccio, sulle orme del famoso bestseller, rappresenta un' eccezione inutilmente complicata, nello spirito di questo curioso fenomeno letterario. Da un romanzo non bellissimo e magari sopravvalutato, è sortito un film non brutto ma sicuramente sottovalutato. Anzitutto dall' autrice de "L' eleganza del riccio", Muriel Burbery, che ha scomunicato l' opera, stroncata senza pietà, e ha intimato alla produzione di sostituire la dicitura «tratto da» con la più generica «liberamente ispirato». Come se per gli spettatori facesse questa gran differenza. Una spiegazione un po' maliziosa di tanta furia è che la Barbery si sia pentita d' aver venduto i diritti cinematografici troppo presto, quando il romanzo non aveva ancora venduto milioni di copie, accettando la regia e la sceneggiatura dell' esordiente Mona Achache. Una dose di calcolo è del resto il difetto principale della scrittrice, peraltro compensata dall' intelligenza e da un notevole sense of humour. Queste due qualità in effetti si perdono non poco sullo schermo. Ma Il Riccio ha altre qualità. La capacità di dipingere con pochi tratti, rispetto alle tirate filosofiche del testo, il penoso senso della vita dell' ipocrita alta borghesia francese. E soprattutto, la gigantesca interpretazione di Josiane Balasko, nella parte dell' eroina del romanzo, la portinaia autodidatta Renée Michel, il riccio, ispida e puntuta all' esterno quanto «terribilmente elegante» nell' anima. Bastano un mezzo sorriso o uno sguardo o una lieve esitazione di tono alla Balasko per schiudere allo spettatore i mondi segreti di sogni e idee e bellezza che al lettore erano raccontati in decine di pagine. L' incontro fra la cenerentola cinquantenne, brutta, grassa e «con le cipolle alle ginocchia» con l' anziano principe azzurro, catapultato di colpo dal Giappone nel condominio di lusso di Rue de Grenelle, conserva la grazia ironica della pagina. Il libro abbonda di citazioni. Tranne una, che è un' astuta omissione: il meraviglioso saggio di Isaiah Berlin su Tolstoj («Il riccio e la volpe») dal quale forse la colta autrice ha tratto l' ispirazione più bella. Nel film di citazioni ce n' è una sola, ingenua e autolesionistica: la scritta «Chabrol» che campeggia nella libreria nascosta di Renée. Inevitabile ricordare con nostalgia gli straordinari ritratti d' interno borghese del maestro francese. Mona Achache non è Chabrol, ma dopotutto neanche Muriel Barbery è Georges Simenon. Alla fine vale comunque la pena, per lettori e spettatori, di seguire le orme del riccio.

Un "Riccio" elegante, simpatico e ben riuscito di Fabio Ferzetti (Il Messaggero, 5 gennaio 2010)
«Non lasciar uscire il gatto, non lasciar entrare la portinaia». Paloma ha 11 anni ma nulla le sfugge. Tanto più che tiene un diario filmato in cui registra con la vecchia telecamera di papà tutto ciò che vede o intuisce. A cominciare dai taciti ma ferrei precetti, come quello appena citato, che regolano la sua esistenza ordinata, troppo ordinata, di altoborghese parigina in erba. Paloma insomma è una ribelle, a un'età, in un'epoca e in un palazzo che rendono la ribellione inconcepibile dunque invisibile. Così, per non finire come i suoi familiari, ha deciso che a 12 anni si toglierà la vita. Ma intanto nota e capisce tutto. Solo lei si accorge di quelle regolette intrise di classismo e ammantate di buone maniere (dentro il gatto, fuori la portiera); solo lei nota che, da quando va in analisi, la mamma prende manciate di psicofarmaci; solo lei osa rimettere in riga un ospite pomposo del padre deputato, colpevole di dire scemenze sul gioco del Go (una delle scene più belle del film, nonché il suo cuore poetico). Solo Paloma infine (puntuta, perfetta Garance Le Guillemic), sembra accorgersi che quella portinaia dall'aria stanca e rassegnata (Josiane Balasko) «non è ciò che sembra». Come dice lei stessa, col suo primo sorriso, al nuovo vicino giapponese, un elegante e carismatico 60enne di nome Ozu, addirittura (come il regista di Viaggio a Tokio caro ai cinèfili). Che non tarderà a fare la stessa scoperta in un gioco di intese e segnali fra lui e la portiera-cenerentola che comprendono il celebre incipit di Anna Karenina («Tutte le famiglie felici si somigliano», etc.), ma anche note meno romantiche come l'abitudine dei w.c. nipponici di emettere musica per coprire i rumori corporali... Non era facile portare sullo schermo L'eleganza del riccio di Muriel Barbéry (ed. E/O), best-seller iperletterario (ma con leggerezza) articolato in una serie di monologhi. L'esordiente Mona Achache sceglie la semplicità, ovvero la simpatia e la vivacità, trasformando i monologhi nelle scene filmate da Paloma o nei disegni che esegue a getto continuo. E accentuando il carattere da fiaba gentile della vicenda (rititolata Il riccio anche per sottolineare il dichiarato distacco della scrittrice dalla versione cinematografica). Ne esce un film svelto, illustrativo, forse non molto ambizioso ma a suo modo del tutto riuscito. Il che non guasta.

Il riccio è sempre elegante di Paola Casella (Europa, 2 gennaio 2010)
Quando è venuta a Roma a presentare Il riccio, adattamento cinematografico del best-seller L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, la regista Mona Achache era quasi sulla difensiva, perché in Francia, paese natale della Barbery e della Achache, il film è stato accolto da reazioni miste, come sempre succede quando si porta sul grande schermo un romanzo molto amato. Achace non dovrebbe preoccuparsi: Il riccio è, in una parola, elegante, e riesce a raccontare in modo fortemente visivo quello che, sulla pagina, era narrato facendo uso sapiente della parola attraverso il diario di Paloma, una ragazzina delusa dalla vita e annoiata dal suo tran tran familiare, che medita di uccidersi il giorno del suo tredicesimo compleanno. Al posto del diario, Paloma usa nel film una videocamera con la quale documenta in prima persona il microcosmo che la circonda, ovvero l'interno di un condominio di lusso nel centro di Parigi, e all'interno di questo, come in una scatola cinese, il suo grande e lussuoso appartamento dove nuotano come pesci in un acquario una madre distratta che preferisce parlare alle piante che ascoltare le figlie e che è da anni in cura da un analista, una sorella maggiore arrogante ed egocentrica con un fidanzato usa e getta, e un padre severo e assente. Per fortuna, all'interno del palazzo, Palma trova due improbabili alleati: un ricco signore giapponese, Kakuro Ozu, che va ad occupare l'attico, e la portiera Renée, apparentemente anonima e incolore, esattamente come gli inquilini di un palazzo altoborghese si aspettano che sia la loro portiera, e invece custode (!) di molti segreti, il primo fra i quali è un amore smodato per la letteratura, e dunque un gusto raffinato per le parole, espresso però in modo opposto a quello di Paloma: se infatti la ragazzina è logorroica e a volte anche saccente, la portiera centellina le comunicazioni e limita i dialoghi ad un'essenzialità… bonsai. Forse è anche per questo che il signor Ozu la "vede" da subito, nonostante gli sforzi della donna di rimanere invisibile al resto del mondo. Si forma così una triplice alleanza fra una ragazzina incompresa, una donna di mezza età isolata nel suo mondo segreto e un anziano giapponese sofisticato e delicatissimo: tre emarginati, ognuno per i propri motivi, che scoprono l'eleganza del riccio, laddove l'animale ispido e solitario è ovviamente Renée, ma anche gli altri due, che si muovono nel mondo come outsider, faticando a trovare spiriti affini. Dal loro incontro nascerà un nuovo desiderio, per tutti e tre, di vivere la vita al massimo, desiderio che farà abbandonare alla ragazzina le sue tendenze suicide. La storia de Il riccio si sviluppa sul grande schermo con una lentezza studiata, quasi orientale, grande attenzione viene data alla composizione dell'immagine e a dettagli che rendono il film quasi tridimensionale, dettagli come l'attenzione ai tessuti, alle tappezzerie, alla carta da regalo con cui il signor Ozu avvolge i suoi pacchetti: un'attenzione da pittura di Matisse che rende più ricca e intensa ogni inquadratura, ma che a tratti può risultare un po' stucchevole, come la logorrea e il cinismo molto haute bourgeois di Paloma. La scelta dell'attrice e regista Josiane Balasko nei panni della portiera Renée è invece azzeccatissima. La Balasko presta la sua fisicità goffa e impacciata a questa donna che sa dire solo la verità ma costruisce un'esistenza posticcia, nascondendosi dietro alle aspettative stereotipate degli altri (come la madre di Paloma, la cui snobistica etica di vita si traduce nel comando che dà alla figlia: «Non fare uscire il gatto, non far entrare in casa la portiera»). E i dettagli, cui la regista presta molta attenzione, ci rivelano informazioni preziose sui personaggi: ad esempio Paloma, davanti al pianto di Renée, abbassa la telecamera e corre ad abbracciarla, dimostrando con un gesto di non essere affatto la creatura cinica figlia del nostro tempo che vorrebbe farci credere. Il riccio è un'opera prima con qualche ingenuità e qualche vezzo da intellettuale della rive gauche, ma è efficace nella sua narrazione scarna quanto ad avvenimenti e a dialoghi, e opulenta quanto ad ambientazioni e costumi. E anche se alcuni elementi del romanzo vengono significativamente modificati lo spirito del libro rimane intatto, e il messaggio sull'eleganza di tanti dimenticati, quelli che «non sappiamo riconoscere perché non li abbiamo mai visti», arriva dritto al cuore degli spettatori.

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