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Iltirreno.gelocal.it - 06.01.2018
Iltirreno.gelocal.it - 06.01.2018
La sinistra perduta
Montemagni rievoca mezzo secolo di politica viareggina

di Adolfo Lippi

Cinquant'anni di vita comunista a Viareggio, dal 1967 al 2017 vengono scritti in un libro "Alla ricerca della sinistra perduta" che Marco Montemagni, già assessore alla Regione Toscana, e per anni funzionario di partito, dal Pci ai Comunisti italiani, ha pubblicato per i tipi della Marco del Bucchia editore, con una bella copertina di Carlo Battisti. E un'introduzione succosa di Luciana Castellina.

Quanti nomi, quante famiglie, quanta nostalgia, quanti richiami nelle cinquecento pagine e più del libro! Si ha un esemplare ed utilissimo spaccato (di parte) di una lunga vicenda politica che interessò e interessa non solo la città ma l'intera Versilia eppoi anche Lucca, anche Firenze, anche Roma poiché da quaggiù transitarono idee, movimenti, passioni, divisioni che, riletti e rivisitati, spiegano anche tanta parte dell'attuale crisi nazionale dove si costruiscono nuove identità (i grillini) epperò non si abbandonano le vecchie. Che tanto hanno ancora da dire.

Tutto, secondo Montemagni, che è indubbiamente un intellettuale analitico, scoppiò a Viareggio una lontana mattina del 3 febbraio del 1967 quando un corteo animoso di studenti al grido "No alla scuola dei padroni" venne affrontato, con violenza, dalle forze di polizia al ponte girante. Tra i tutori dell'ordine si distinse il commisario capo Antonio di Mambro che, armato di un manico di scopa, bastonò tre ragazzi, Giovanni Naldi (18 anni), Michele Farina (14 anni), Francesco Segato (17 anni). Poiché nel corteo vi erano anche Lino Federigi, allora segretario della federazione Pci, l'irruenza del commissario divenne subito un caso politico. Se ne parlò subito in parlamento, con interrogazioni degli onorevoli Francesco Malfatti (Pci), Maria Eletta Martini e Loris Biagioni (Dc), il commissariato allora con sede accanto alla Camera del Lavoro, su piazza Grande, venne presidiato (con minacce di assalti, frenate, con coraggio, da Beppe Antonini e Sergio Breschi). Finché lo stesso Di Mambro non venne trasferito a migliori lidi e si calmarono le acque.

Ma già si era entrati nel forte gorgo del '68 (dopo vennero i fatti della contestazione alla Bussola di Focette, l'occupazione dei cantieri navali, i tragici delitti politici che riguardarono anche la Versilia).

E Montemagni divenne in prima persona un fecondo animatore dei collettivi studenteschi al liceo scientifico, al Classico e perfino nelle Magistrali delle suore Mantellate. Con decine, centinaia di adepti infiammatissimi.

Come già s'era profilato davanti al Commissariato, però la sinistra marcò subito due opposte strade: da una parte s'inneggiava a Che Guevara, dall'altra (con il Pci dei Federigi, di Francesco Da Prato, degli Antonini e Breschi) si continuava invece a perseguire la via parlamentare e unionista. Tra coloro che come Montemagni scelsero la cosiddetta "possibile rivoluzione" vi furono i fondatori (anche in Versilia) de "Il Manifesto" poi di "Lotta Continua" e "Potere Operario". Sicché spuntarono assemblee (alcune al bar Menghino di Giovanni Lazzerini, pittore, costruttore di carri magnifici), collettivi, gruppi di lavoro (con i preti operai delle darsene con leader don Sirio Politi), in una continua osmosi tra gruppi, feroci divisioni nel Pci tradizionale (furono espulsi quelli de "Il Manifesto" eppoi i filo-cinesi), scontri di piazza e sui luoghi di lavoro. Che tuttavia non portarono, come noto, a rivoluzione alcuna (sebbene si spargesse anche in Toscana non poco sangue da parte delle appena nate Brigate rosse).

Il libro di Montemagni è prezioso: perché descrive assai bene i passaggi non soltanto ideologici dei diversi protagonisti. Egli medesimo dai "gruppettari" passò a fondare poi la sezione versiliese de "Il Manifesto". Però, in crisi di esperienze, chiese di iscriversi al Pci e da qui una nuova lunga storia.

Cos'era allora il Pci negli anni dal '70 alla svolta di Achille Occhetto alla Bolognina? Era il Partito, più che un partito era ancora una famiglia, una patria, un sistema tutto alternativo alla società (guidata inesorabilmente dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati centristi), dove la gente, gli iscritti, si riconoscevano fin dai tempi della Resistenza (esemplari le figure di Antonini, Manfredini, la Didala moglie di Chittò. ucciso dai nazifascisti) ed assieme partecipavano non soltanto ai consigli comunali e circoscrizionali, anche alle associazioni di categoria, alle cooperative, alle suggestive feste dell'Unità, sicché quando il marito animava un'assemblea la moglie lavorava al ciclostile, i figli sgambettavano tra i banchi delle Feste (compresa la Fiera del Libro), i nonni danzavano con le orchestrine e nei cantieri della Darsena e nei calzaturifici di Massarosa era un punto di orgoglio diffondere il proprio giornale "L'Unità". Rischiando il licenziamento.

In questo "pianeta" che aveva i suoi intellettuali organici (Leone Sbrana al premio "Viareggio", Fausto Maria Liberatore artista e deputato, Mario Casagrande filosofo e docente), perfino le proprie canzoni e i propri carri nel carnevale, Montemagni si inserì e fu accolto con entusiasmo e fece rapida carriera. Divenne funzionario di partito, poi segretario di sezione, poi, dopo lunghe lotte coronate da successi elettorali, divenne anche consigliere regionale e poi assessore. C'era ancora Enrico Berlinguer.

Tuttavia il Pci mutò pelle. Decadde da famiglia, direi da "pianeta" alternativo, divenne un indispensabile alleato della democrazia, fece giunte comunali coi socialisti e perfino coi democristiani (Federico Gemignani divenne vice-sindaco di un'amministrazione "rossa"). E il sistema scricchiolò, tant'è che dopo la nascita dei Ds (morto Berlinguer, allontanato Natta) Montemagni e non solo se ne uscirono.

L'altro big politico della Versilia, Milziade Caprili, scelse Rifondazione comunista, altri si immisero, con Armando Cossutta, nei comunisti italiani (tra i tanti, Federico Guidi).

Un altro capitolo assai interessante del libro è quando divenne sindaco di Viareggio Marco Marcucci, intelligente esemplare di quei comunisti "entristi" che ascesero a Firenze in Regione eppoi (dopo alcune sfortunate vicende giudiziarie, culminate con l'assoluzione di Marcucci stesso, che si era, ahimè, fatto dieci giorni di carcere) brillarono un po' ovunque. Sicché Marcucci fu per poco tempo anche presidente in Toscana.

Ebbene Montemagni (che frattanto era passato con i Comunisti italiani) sostenne subito Marcucci (con il quale aveva lavorato nel Pci) e lo aiutò moltissimo a fare l'amministrazione viareggina coi socialisti e i democristiani. Marcucci fu così per due volte sindaco a Viareggio prendendo la successione di Paolo Barsacchi, purtroppo precocemente morto.

E oggi? Non a caso il titolo del libro è "Alla ricerca della sinistra perduta". Davvero perduta? Non è perduta, scrive Montemagni, ma sarà difficile che rinasca come famiglia, come patria, in quell'universo passionale, utopico, affascinante e chiuso che si logorò nei fallimenti dell'Unione Sovietica, nel passaggio di Guevara da rivoluzionario a fiaba mistica, nella diserzione capitalista dell'attuale impero cinese.

Così anche Viareggio ha ancora una sinistra. Però non è più quella, anche se di quella deve tenere un'alta considerazione e memoria. Leggendo il libro.
Libri correlati
Marco Montemagni
Alla ricerca della sinistra perduta
2017
Prefazione di Luciana Castellina, copertina di Carlo Battisti

rassegna stampa
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